Ribaltare la storiografia eurocentrica. “Le donne ombra” etiopi e la lotta antifascista in Africa

Nei giornali borghesi di solito si legge di antifascismo solo in ricorrenza del 25 Aprile, data che per noi anime anarchiche segna solo una parziale vittoria nella conquista della libertà. La resistenza anarchica ha fatto dell’antifascismo internazionale la propria morale. Quando si parla di antifascismo, la memoria pubblica europea continua a raccontare una storia incompleta e troppo comoda per le coscienze occidentali. L’immaginario dominante colloca la lotta contro il fascismo quasi esclusivamente tra le montagne italiane, nelle città occupate dell’Europa occidentale o sui fronti della Seconda guerra mondiale. Persino le esperienze di antimilitarismo popolare nate nel nostro Sud, come le rivolte del movimento “Non si parte” contro la coscrizione forzata, mosse da Maria Occhipinti a Ragusa a gennaio del 1945 (quando, pur essendo in gravidanza, si stese davanti alle ruote di un camion militare che stava rastrellando giovani), finiscono relegate a note marginali di una storia scritta dagli Stati e dagli eserciti bianchi. È una narrazione parziale, che tende a iniziare nel 1939 e a concludersi con la sconfitta militare delle potenze dell’Asse nel 1945. Eppure, la guerra globale contro il fascismo iniziò ben prima, e uno dei suoi primi, più importanti e tragici terreni di scontro fu il continente africano.

Nel 1935 l’invasione italiana dell’Etiopia rappresentò uno spartiacque storico. Il regime fascista cercava il proprio impero (come le altre potenze europee) attraverso una guerra di conquista brutale, fondata sul razzismo biologico, sull’espansionismo militare e sulla presunta superiorità civilizzatrice europea. Quell’aggressione non fu una comune guerra coloniale come quelle del secolo precedente. Fu la manifestazione concreta e moderna del progetto fascista: dominio totale, gerarchizzazione razziale e militarizzazione della società.

L’Etiopia occupava una posizione simbolica enorme. Insieme alla Liberia, era uno dei pochissimi Stati africani ad aver conservato la propria indipendenza durante la violenta spartizione coloniale del continente. Per milioni di africani e per le popolazioni nere della diaspora, l’Etiopia era la prova vivente che la dominazione bianca non era inevitabile. La resistenza etiope, spesso rimossa dalla storiografia europea, costituì una delle prime grandi esperienze di lotta armata contro il fascismo. Proprio per questo l’attacco di Mussolini ebbe una risonanza dolorosa ed enorme ben oltre i confini del Corno d’Africa, mobilitando cuori e coscienze in tutto il mondo.

La guerra d’invasione fu caratterizzata da una violenza spietata. L’esercito italiano fece ricorso sistematico ai bombardamenti sui civili e all’utilizzo di armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali. L’iprite e i gas tossici furono versati deliberatamente su villaggi, corsi d’acqua, aree agricole e formazioni della resistenza, con effetti devastanti. Le stime più accreditate parlano di centinaia di migliaia di vittime etiopi durante gli anni dell’occupazione; una tragedia immane che ancora oggi occupa uno spazio marginale nei nostri libri di storia.

Tra gli episodi più cupi vi fu il massacro di Yekatit 12, nel febbraio del 1937 ad Addis Abeba. Dopo un attentato fallito contro il viceré Rodolfo Graziani, le autorità coloniali scatenarono una vendetta cieca: per tre giorni la popolazione civile fu trucidata, interi quartieri furono devastati e migliaia di persone vennero uccise semplicemente perché etiopi. A questo si aggiunsero altre stragi orribili, come quella della grotta di Zeret, dove centinaia di resistenti e civili che vi avevano cercato rifugio furono gasati e massacrati dalle truppe italiane. Questi eventi dimostrano che il colonialismo fascista non fu un’amministrazione autoritaria paternalistica, ma un sistema fondato sul terrore. Il mito consolatorio degli “italiani brava gente”, insomma, appartiene a fandonie nazionaliste, non alla realtà della storia.

Di fronte a questa macchina da guerra, la resistenza etiope, spesso rimossa dalla storiografia europea, costituì una delle prime grandi esperienze di lotta armata contro il fascismo. Contadini, comunità locali, combattenti irregolari e leader religiosi opposero una resistenza tenace. Nonostante la disparità schiacciante di mezzi, la guerriglia non si fermò mai, impedendo al regime di consolidare il controllo sul territorio.

Mentre le democrazie europee sceglievano la strada dell’appeasement e la Società delle Nazioni dimostrava tutta la propria impotenza davanti all’aggressione, un’impotenza che ricorda, in modo speculare, quella mostrata oggi dalle istituzioni internazionali davanti ai massacri contemporanei a Gaza, in Sudan, in Myanmar, migliaia di africani morivano già combattendo il fascismo. La guerra d’Etiopia fu, a tutti gli effetti, il primo capitolo della resistenza globale antifascista.

In questa lotta, un ruolo fondamentale e profondamente umano fu svolto dalle donne etiopi, troppo spesso cancellate. Non furono spettatrici, né figure di retrovia. Furono protagoniste attive: imbracciarono le armi, organizzarono reti di sostegno logistico, trasportarono munizioni, curarono i feriti, garantirono i collegamenti clandestini tra i villaggi e i partigiani, scrissero poesie che incoraggiavano alla resistenza. Secondo le ricerche storiche, circa un terzo de3 partigian3 ufficialmente riconosciut3 dopo la liberazione erano donne. Alcune assunsero ruoli di comando militare, scardinando l’idea di una guerra tutta maschile.

Questa memoria è stata recuperata con forza dalla letteratura contemporanea. Nel romanzo Il re ombra di Maaza Mengiste, le “donne ombra” rappresentano proprio coloro che la storia ufficiale ha voluto spingere ai margini. Molte protagoniste della lotta antifascista africana sono state dimenticate non perché assenti, ma perché una storiografia coloniale, patriarcale e bianca ha scelto di non raccontarle. Per loro, resistere assumeva un significato doppio: era lotta contro l’invasore e contro un sistema che voleva imporre contemporaneamente il dominio coloniale e la sottomissione di genere. La loro esperienza resta una delle prime manifestazioni di un antifascismo capace di intrecciare opposizione al razzismo, emancipazione sociale e autodeterminazione.

Questa differenza di prospettiva è fondamentale. Gli Stati occidentali, che si sarebbero poi presentati come i liberatori del mondo dal fascismo, continuavano a governare imperi coloniali fondati sullo sfruttamento e sulla segregazione. Ma per gran parte del mondo colonizzato, la lotta contro il fascismo e quella contro il colonialismo erano esattamente la stessa cosa.

Questa contraddizione esplose drammaticamente nel momento della vittoria alleata. Mentre in Europa si celebrava il 1945 come il trionfo della “libertà”, milioni di persone nei territori coloniali continuavano a subire violenze, lavoro forzato e negazione dei diritti civili. La vittoria sul nazifascismo conferì alle potenze europee una rinnovata autorità morale, permettendo a Francia, Gran Bretagna, Belgio e altre potenze vincitrici (es. USA) di presentarsi come i “buoni”, difensori della libertà e della civiltà pur continuando a governare vasti imperi costruiti su una violentissima dominazione coloniale.

Un caso emblematico avvenne il 1° dicembre 1944 nel campo militare di Thiaroye, in Senegal. I tirailleurs sénégalais, soldati africani che avevano combattuto in Europa per liberare la Francia dal nazismo, rivendicavano il pagamento delle indennità promesse. La risposta dell’esercito francese fu la violenza militare: i veterani vennero fucilati a sangue freddo, lasciando sul terreno centinaia di morti (forse 400). Uomini che avevano sconfitto il fascismo venivano trattati da sudditi nel momento in cui chiedevano dignità, semplicemente la loro paga, non medaglie colorate, non riconoscimenti istituzionali.

Pochi mesi dopo, l’8 maggio 1945, mentre le città europee ballavano per la fine della guerra, nelle città algerine di Sétif, Guelma e Kherrata le manifestazioni pacifiche che chiedevano autonomia (mosse anche dal sentimento di “liberazione” in Europa) furono represse nel sangue dalle autorità francesi con una brutalità inaudita, provocando migliaia di morti. Il giorno della liberazione europea coincise con uno tra i più sanguinosi massacri coloniali della storia in Africa. Dovrebbe farci riflettere, no?

La fine della guerra in Europa non segnò dunque la fine delle strutture di dominio. Le successive guerre di liberazione nazionale, dall’Algeria al Kenya, dal Mozambico all’Angola, furono la prosecuzione di quella stessa lotta contro sistemi che condividevano con il fascismo il razzismo istituzionale, la violenza militare e il culto dell’autorità. Il punto interessante è che non si trattava semplicemente di rivendicare l’indipendenza statale; In molti casi emergevano anche aspirazioni sociali radicali, forme di autorganizzazione comunitaria e pratiche collettive che mettevano in discussione non soltanto il colonialismo, ma ogni forma di potere autoritario.

Da una prospettiva libertaria, questa storia evidenzia che l’antifascismo non può essere ridotto alla difesa di uno Stato contro un altro. Se il fascismo è l’espressione estrema della gerarchia, del nazionalismo e della militarizzazione, allora l’antifascismo deve necessariamente rifiutare il colonialismo e il razzismo a livello globale.

Oggi, mentre nelle nostre società riemergono soldati vannaccini nostalgici e retoriche autoritarie riaffiorano ciclicamente dalle fogne della storia, anche il continente africano si trova a fare i conti con nuove forme di autoritarismo, estrattivismo e frontiere militarizzate che separano il Nord e il Sud del mondo. Ma le mobilitazioni popolari, i movimenti giovanili per la giustizia sociale e le lotte femministe in Africa dimostrano che quella tradizione di resistenza non è scomparsa. Dov’è la nostra solidarietà internazionale con loro? È davvero possibile che sia stata tutta imbarcata sulle Flotilla e non rimanga più nulla?

Ricordare l’antifascismo africano significa rompere una narrazione eurocentrica e parlare di una lotta antifascista globale che non è mai terminata. La libertà non si commemora nei rituali di Stato, è una pratica quotidiana di opposizione a ogni forma di dominio. Dalle montagne etiopi del 1935 alle strade del mondo contemporaneo, la guerra globale antifascista e la resistenza contro militarismo, colonialismo e sfruttamento devono continuare sotto il segno della solidarietà internazionale.

Gabriele Cammarata

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